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Alimenti e radioattività

in Articoli, Benessere e piaceri

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Il fenomeno della radioattività è poco conosciuto nelle sue dimensioni reali, come sono poco conosciute le unità di misura che lo descrivono. Anche perché è facile per la gente confondere le vecchie unità con le nuove del Sistema Internazionale.

Da qui alla facile convinzione diffusa nell’opinione pubblica (ma anche in ambienti “colti”) secondo cui le radiazioni sono comunque pericolose, il passo è breve. Senza fare nessuno sforzo per un minimo di approfondimento di una materia di per sé complessa: le radiazioni sono a forte rischio e basta!

I media soffiano spesso sul fuoco, alimentando con l’ignoranza, l’irresponsabilità e gli interessi del giornalista un’attenzione sul tema completamente distorta e ingannevole.

Il modello lineare senza soglia (LNT – Linear No-Threshold model), che non ammette alcuna soglia minima di sicurezza nelle dosi assorbite, è stato assunto nel passato (dopo la seconda guerra mondiale) dagli Organismi internazionali di settore in termini pessimistici e cautelativi. Anche perché non esistevano in allora studi specifici sulle basse dosi, ma solo quelli sulle dosi acute derivanti dai noti episodi bellici (Hiroshima e Nagasaki).

Questa tesi ha incontrato negli anni feroci critiche da parte di varie comunità scientifiche, che hanno portato avanti studi epidemiologici anche su gruppi di popolazione esposti a diversi fondi di radioattività naturale. Questi studi evidenziano invece l’esistenza di una soglia di dose al di sotto della quale il rischio, probabilistico, relativo di insorgenza di mutazioni cellulari negative, è inesistente oppure troppo insignificante per essere valutato.

Alcuni di questi studi vanno addirittura oltre ipotizzando, sempre alle basse dosi, una risposta adattiva dell’organismo con conseguenti benefici a lungo termine, anche in relazione a esposizioni future (teoria ormesi, dal verbo greco ormao – stimolare).

Al di là, comunque, di queste considerazioni, dobbiamo renderci conto che la radioattività è in noi e intorno a noi. Il nostro corpo alberga degli isotopi radioattivi, è radioattivo il cibo, sono radioattive le nostre case. Nel corpo decadono ogni secondo migliaia di atomi di potassio (K40), contenuto nelle ossa e carbonio (C14) nelle cellule.

Come diceva Paracelso (XVI secolo) sul veleno (la dose fa il veleno) è la dose di radiazioni (in un determinato tempo) che crea o meno situazioni di rischio effettivo.

La natura ci offre molti alimenti che sono radioattivi: patate, fagiolini, noci, avocado. La noce del Brasile è particolarmente radioattiva e contiene anche radio, che non viene regolato omeostaticamente (come il potassio), ma tende ad accumularsi nelle ossa per la sua affinità con il calcio.

Si tratta tuttavia di “elementi radioattivi legittimi”. Come materiali vari di uso comune, dalle piastrelle in ceramica alla sabbia per gatti, dai mattoni per barbeque alla carta abrasiva.

Esiste poi il fenomeno della contaminazione di alimenti dovuto ad incidenti o test nucleari. E’recente la cronaca relativa a carni di cinghiali con un certo livello di cesio (Cs137), ancora presente nell’ambiente a seguito dell’incidente di Chernobil del 1986. E’ tuttora in atto un piano di ricerca di contaminanti radioattivi ultradecennale, il cui esito globale è però tranquillizzante. Per quanto concerne la carne dei selvatici, per esempio, un impatto dosimetrico significativo sull’individuo si avrebbe solo, nei casi peggiori di maggior contaminazione, con un consumo decisamente improbabile di oltre 10 – 15 kg all’anno pro-capite.

La ricerca è estesa a funghi, latticini, frutti di bosco, miele, olio, vino, patate, prodotti ittici.

Tornando agli alimenti radioattivi per loro natura, che contribuiscono per circa il 10% all’esposizione totale di una persona alla radioattività naturale, spiccano le banane, per il loro contenuto di potassio, in particolare K40. Si parla di BED (Banana Equivalent Dose) per indicare la dose equivalente assorbita mangiando una banana. Da considerare, come sopra accennato, che il potassio 40 non si accumula nell’organismo e la sua concentrazione viene regolata omeostaticamente.

E’ stato calcolato (RadSafe 1995) che la dose di radiazioni di una banana da 150 g è di circa 0,1 μSv. L’effetto sanitario, dal punto di vista radioattività, di una banana è trascurabile. Ma un grande carico di banane può dare origine a un irraggiamento che viene segnalato dalla strumentazione come anomalia radiometrica.

Ancora un attimo sull’ormesi. Si è constatato che una bassa dose incrementa la radioresistenza delle cellule a dosi maggiori (effetto ormetico o risposta adattativa). In altre parole, se l’organismo è esposto a basse dosi, sviluppa una resistenza a dosi più massicce. Esistono degli studi recenti sul fenomeno. A Taipei, negli anni 80, si era verificata una esposizione accidentale gamma da cobalto (Co60) per fusione di una sorgente nell’acciaio di immobili, tra cui una scuola. L’esposizione era stata stimata in circa 4.000 Sv/persona (Chen W.L. e coll. 2004).

Le risultanze mediche hanno dimostrato un effetto positivo dell’ormesi, a seguito di esposizione cronica a base dosi di radiazioni. Infatti tali risultanze sono state praticamente sovrapponibili alla popolazione non esposta. Pertanto gli autori hanno richiesto una revisione dell’ipotesi lineare senza soglia (LNT). Secondo APAT – Agenzia per la Protezione dell’Ambiente e per i servizi Tecnici- “la spiegazione ormotica ha la sua dignità di collocazione” (2006).

Nota: L’unità di misura Sv (Sievert) riguarda in particolare la “dose efficace”, in cui l’energia assorbita da un tessuto o organo viene combinata con dei fattori che tengono conto della pericolosità del tipo di radiazione e della sensibilità del singolo organo o tessuto. Nella pratica corrente viene spesso usato il μSv (ma anche il nSv, che equivale a un miliardesimo di Sv).

– Radio: Ra226, prodotto dal decadimento di U238, è presente in natura e ha una  emivita di oltre 1.600 anni; decade in radon. E’ emettitore α, β, γ; se mescolato con berillio, si ha anche emissione di neutroni.

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