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Il rumore autostradale, frutto di progetti scellerati in zone residenziali, è ormai una costante della vita in molte città. L’esposizione a rumore crea delle reazioni che saranno pure molto soggettive, ma che non possono essere ignorate in un mondo giustamente alla ricerca continua del benessere.

Le normative vigenti sul rumore sono in estremo conflitto tra di loro. Da una parte abbiamo le norme dei Codici (civile e penale) che tendono, almeno sulla carta, a tutelare il singolo individuo; dall’altra le norme pubblicistiche che si riferiscono a vari settori, tra cui spicca quello stradale.

Se vogliamo una tutela effettiva, dobbiamo riferirci ai codici. E quindi al Magistrato. E’ per questo che in genere la gente rinuncia e si tiene il rumore.

Il codice civile in particolare stabilisce che le immissioni di rumore a cui è sottoposto il cittadino non devono superare la “normale tollerabilità”. La giurisprudenza consolidata, sulla base delle conoscenze scientifiche, ha stabilito che le immissioni che superano di 3 decibel il rumore di fondo della zona (cioè il rumore che si avrebbe comunque in assenza della sorgente disturbante), sono intollerabili. Per avere un’idea quantitativa, basta considerare che la differenza di 3 decibel equivale al raddoppio della pressione sonora all’orecchio.

Ben diversa e più permissiva è la normativa pubblicistica, con il relativo coacervo di leggi e regolamenti.

Infatti questa normativa, dovendo cedere ad esigenze di categoria e commerciali, prevede dei limiti di rumorosità, anche in aree residenziali, che raggiungono valori scandalosi. Per esempio, con riferimento alle autostrade esistenti, in fascia A (cioè nell’ambito dei 100 m dal bordo autostradale) il limite diurno è di 70 decibel (il rumore di un aspirapolvere). Chiaramente inconcepibile e altamente disturbante, specie quando il rumore di fondo della zona è di per sé basso, per esempio dell’ordine dei 40 decibel. E qui salta fuori anche il principio che la tutela dovrebbe essere garantita a maggior ragione per gli edifici preesistenti all’autostrada. Invece no. I gestori autostradali si trincerano dietro le norme amministrative, non facendo nulla o facendo finta di fare qualcosa. Le pannellature parziali lungo importanti tratti autostradali, notoriamente insufficienti per una adeguata bonifica, sono all’ordine del giorno. A volte peggiorano persino le situazioni (per esempio convogliando verso l’alto delle onde sonore che investono edifici sovrastanti). Ma le carte cantano, i limiti amministrativi sono rispettati, gestori e amministrazioni se ne lavano le mani.

Queste pseudo-opere denunciano spesso, peraltro, degli approcci progettuali completamente errati. Sembra quasi che il progettista non abbia una visione chiara di un sistema di insonorizzazione che non può prescindere dalla considerazione del binomio isolamento-assorbimento.

A volte, come si diceva, il “prima e dopo la cura” si confondono e servono solo per tacitare le proteste (non dimentichiamo la forte componente psicologica su questo tema). Addirittura, come anzidetto, vi sono casi in cui aree residenziali o di vita hanno avuto un sensibile peggioramento per la collocazione di pannelli a geometria impropria.

Cosa resta da fare al cittadino? Ricorrere alla Magistratura, con azioni soggettive o di class action, sperando che nel frattempo, dati i tempi biblici, la scienza gli allunghi la vita. Ma purtroppo non mancano casi eclatanti di cause annose vinte e risultati concreti nulli.

Sperare che il legislatore si accorga dell’assurda discriminazione?

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