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Burocrazia e sicurezza

in Articoli, Sicurezza e salute sul lavoro

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L’avvento della moderna legislazione in materia di sicurezza sul lavoro ha un grande merito: quello di aver messo in evidenza tutti gli aspetti legati in modo diretto o indiretto alla sicurezza e al benessere del lavoratore. Perché si è capito che parlare di sicurezza intrinseca dell’impianto o della macchina è troppo riduttivo e non si riesce, così facendo, ad aggredire efficacemente il fenomeno degli infortuni e delle malattie professionali.

Ma fin dall’inizio gli addetti del settore hanno gareggiato sul numero di pagine prodotte, come se un tomo di 1.000 pagine garantisse la prevenzione più di un libercolo da 10 pagine. Invece è il contrario, perché il libercolo può essere letto ed assimilato in tempo ragionevole, il tomo no. E sarà per sempre confinato in uno scaffale o su un tavolo a far bella mostra di sé quando arriva in azienda l’ispettore. Il quale, a sua volta, se ne guarda bene dal leggerlo e valutarlo a fondo.

Ora si è capito che troppa carta non produce più sicurezza. Per contro rischia di generare perdite di tempo, incertezze, in definitiva maggior insicurezza.

Lo stesso Governo sembra aver recepito tale principio, quando, nel “decreto legge del Fare”, sintetizza il tema con “meno carta e più sicurezza”, anche Ma se poi saranno i decreti attuativi a dar voce al principio.

Sappiamo che nel nostro paese il tessuto produttivo è costituito da piccole aziende e che il settore del terziario ha dimensioni notevoli. Perché, dunque, accomunare gli adempimenti formali in materia a quelli di grandi aziende senza considerare che, in genere, si tratta di attività a basso rischio?

Un campo cresciuto mostruosamente sull’impalcatura Regioni-Associazioni sindacali è quello della formazione. Anche qui che significato può avere il voler imporre corsi formativi di intere giornate al semplice impiegato sempre seduto alla scrivania, come si trattasse di un operaio di officina?

Oppure che senso ha prevedere la facoltà di designare un rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, quando nello studio professionale, per esempio, c’è un solo dipendente? Perché poi, non dimentichiamolo, se il dipendente si “autodesigna” rappresentante di se stesso, deve frequentare un corso di formazione di ben 32 ore!

La formazione va effettuata con maggiore discrezionalità e svincolata, come lo era nel passato, dal fatidico numero di ore. Perché vale di più una formazione ben condotta di mezz’ora sul campo da una persona esperta (può essere anche lo stesso datore di lavoro) che quella di 8 ore in un’aula annoiata.

Vanno comunque eliminate le duplicazioni nella formazione, fissando dei criteri di flessibilità per il riconoscimento dei crediti formativi.

E questo dovrebbe valere anche per i docenti, che, a fronte di un curriculum di tutto rispetto, per esempio presso un Organo di controllo o presso un’Università, e attività professionale continua nel settore, si vede costretto a frequentare improbabili corsi formativi annuali alla stregua di un soggetto a digiuno di tutto. Più flessibilità, quindi, e maggior riconoscimento del mondo reale, possono dare più respiro ad un campo vessato e asfissiato da adempimenti inutili e dannosi.

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