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Stiamo vivendo un cambiamento epocale. Rapido e sconvolgente. I giovani restano a casa e quelli che prima “si godevano” la pensione, se possono, si cercano un’altra attività e abbandonano lo stereotipo del giornale sulla panchina.

Le generazioni erano sino a ieri a compartimenti stagni e le nuove generazioni erano una misura del miglioramento economico-sociale. Quello che abbiamo sempre denominato “progresso”, con una divisione non solo per classi e per genere, ma anche per età.

Hegel diceva che “la nascita dei figli è la morte dei genitori”. Non è più così. Ormai ogni generazione tende ad identificarsi nell’arco temporale in cui vive e non per data di nascita. La vita si allunga e la conoscenza corre. Le situazioni di crisi economica accentuano il fenomeno, con i figli che non trovano un lavoro (o almeno un lavoro adeguato alle loro aspettative, spesso giustificate) e si trovano magari in contrapposizione agli adulti che hanno perso il posto. La famiglia può quindi ritornare ad essere un ambiente sicuro, in cui vengono superati i classici conflitti generazionali.

Persone della stessa età si possono trovare in situazioni diametralmente opposte, con progettazione del futuro a 70 anni o ripiegamento sul passato a 40.

Non ha quindi più senso, anche per il forte impatto della nuova prevenzione e della nuova medicina, catalogare una persona in  base all’età, nella vita come nel lavoro, dove le barriere temporali (a parte i diritti acquisiti per la tutela pensionistica), dovrebbero sparire, specie nelle assunzioni: un 40enne disoccupato non può vedersi chiusa la porta in faccia sulla base dell’età. Lo Stato dovrebbe dare l’esempio.

Le generazioni dovrebbero poi capire che solo il dialogo porta a dei risultati condivisi. L’istituzione e l’accettazione di orari e compensi ridotti, anche in quelle attività così ambite dai giovani spesso istruiti, può portare ad una maggiore serenità sociale: un lavoro che piace, anche se con orario ridotto e basso corrispettivo, lascia del tempo libero per godere di più la vita e magari inventare nuove opportunità, anche in un quadro di maggiore partecipazione.

Chissà che non avesse ragione l’economista Maynard Keynes che nel 1930 prevedeva per il 2030 una settimana lavorativa di 15 ore!

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