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Porto di Genova: l’inganno dei container radioattivi; atto secondo

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Il teatro

Il secondo atto si incardina su un obiettivo: bloccare un container il più a lungo possibile, impedendo con artifizi lo sdoganamento e quindi mettendo all’angolo la ditta concorrente che ha eseguito i controlli. Il danno d’immagine è assicurato e il cliente, che giustamente non vuole grattacapi inutili, passa a chi ha messo in scena questa farsa.

E’ ormai acquisito che non è sufficiente il rilievo di una “anomalia radiometrica” per classificare non importabile un carico sottoposto a esame.

Per giungere a una classificazione corretta occorre prima eseguire una valutazione del rischio effettivo, per i lavoratori, la popolazione e l’ambiente. Solo a conclusione di detta valutazione si può stabilire se il carico, in tutto o in parte, deve essere respinto oppure può essere accettato senza riserve.

Quanto sopra risponde a criteri di ragionevolezza e ottimizzazione del processo prevenzionistico. Permette poi di evitare inutili penalizzazioni dell’attività commerciale. E’ inoltre in sintonia con la reale situazione statistica inerente la rilevazione di “anomalie”, che riguardano quasi sempre materiale non soggetto al decreto 100, caricato insieme a materiale metallico soggetto al decreto oppure materiale soggetto, ma classificato o classificabile al di sotto della “non rilevanza radiologica,” così come definita dalla vigente normativa di settore.

Lo stesso decreto, derivante da direttive EURATOM, prevede di effettuare i controlli radiometrici garantendo “una applicazione uniforme della norma e di non creare ostacoli al sistema industriale nazionale e a quello dei traffici commerciali”.

A seguito di segnalazioni da parte della concorrenza ex monopolista, in un quadro di insana etica professionale e sistematici falsi allarmi da Codice Penale finalizzati a mantenere artatamente alta e distorta l’attenzione generale sul settore, gli Organi di controllo effettuano  delle verifiche strumentali mirate sui carichi in esame. A prescindere dall’esito delle stesse, sulle quali ci sarebbe da discutere (applicazione delle norme tecniche di riferimento; indicazioni del modello IRME 90, ecc.), viene posto in atto, in pratica, un “blocco” del carico senza le necessarie valutazioni. E’ quindi impedito lo sdoganamento per tempi eccessivi, dell’ordine della settimana ed oltre, indipendentemente dal fatto che detto carico venga poi dichiarato sdoganabile a tutti gli effetti. Questa modalità procedurale ha già avuto “successo”.

E’ evidente che i ripetuti fermi dei contenitori, con tempistiche illogiche, mettano in cattiva luce l’operato degli stessi controllori; da ciò l’insoddisfazione dei clienti per i lunghi tempi di riconsegna della merce e per gli alti costi da sostenere. In tali circostanze sono costretti, loro malgrado, a riaffidare i servizi ai responsabili dei danni sofferti.

Altri casi riguardano contestazioni e intimidazioni da parte di singoli soggetti delle istituzioni su presunte irregolarità nei controlli (per esempio a causa della vicinanza tra container), senza però specifiche verbalizzazioni e valide dimostrazioni tecnico-scientifiche sui motivi di dette contestazioni. Ed anzi arrivando a confutare, sempre informalmente, ma con fermo del carico, il verbale di ricontrollo (e di conferma della regolarità) dello stesso container da parte di un Esperto Qualificato.

Eclatanti sono poi i casi relativi a tipologie di merce notoriamente responsabili di “anomalie” radiometriche, che risultano assolutamente non significative, o per la solita merce non soggetta al decreto 100 oppure per asserita non rilevanza radiologica secondo la normativa vigente.

Casi tipici: mattoni refrattari; carta abrasiva, ceramica, pietra ornamentale, ecc. (merce non soggetta). Oppure ganasce e pastiglie per impianti frenanti e materiali d’attrito vari.

L’informazione

Superata la tanto dibattuta questione riguardante la delega a personale tecnico formato e addestrato (anche se non in possesso del titolo di Esperto Qualificato) delle misurazioni, per motivi che vanno dal buon senso alla ”economia” dell’azione preventiva; constatata la situazione reale e tranquillizzante in merito alle “anomalie” normalmente riscontrate, ecco saltar fuori la distorsione dell’informazione tecnica: carichi ordinari di merce varia, con all’interno anche manufatti in metallo (quelli che rientrano nell’obbligo di controllo) vengono fatti passare per carichi di rottami. Ma non si può confondere un carico di rottami con un carico di merce varia e semilavorati.

Il decreto n. 100/2011 tratta non solo i semilavorati metallici, che sono elencati nell’allegato al decreto (nell’attesa che venga emanato il decreto del Ministro dello Sviluppo Economico, di concerto con altri soggetti per l’elencazione dei semilavorati oggetto della sorveglianza), ma anche materiali metallici di risulta (rottami). L’attestato di sorveglianza radiometrica è fornito dal modello Irme 90. Detto modello parla semplicemente di “carico” e non si limita, quindi, ai semilavorati.

Da notare che detta sorveglianza è estesa, oltre che ai classici container, anche a prodotti metallici “sfusi”.

Il modello semplifica le procedure per le misure di radioattività, in quanto considera la regolarità radiometrica della merce quando “le misure eseguite sul carico … non hanno fatto rilevare valori superiori alla fluttuazione media del fondo naturale locale di radiazioni”.

Di conseguenza viene considerata “anomalia radiometrica” una misura del rateo di dose a contatto (entro i 20 cm dal carico) che superi il fondo naturale locale medio.

La frase non è ben impostata, ma il significato appare chiaro. Il merito del decreto 100 è di aver reso la misurazione cautelativa (con questo metodo vengono segnalate delle anomalie anche molto piccole) pur apportando delle semplificazioni rispetto a delle procedure (UNI) peraltro riferite ai rottami, che risentono troppo dell’approccio teorico degli estensori. La stessa misurazione del “fondo ambientale di prova” secondo UNI non è certo l’emblema della praticità e si scontra con le esigenze logistiche della movimentazione dei container. Non dimentichiamo al riguardo che la normativa in materia, derivante da direttive Euratom, impone di non creare ostacoli inutili al traffico commerciale nel corso dei controlli in esame.

Il fondo naturale da assumere come riferimento, per il decreto 100, è semplicemente quello rilevato localmente, ovviamente tenendo conto delle schermature artificiali che sono normalmente presenti nell’area portuale di controllo (per esempio container, anche impilati), nonché manufatti che possono influire sul fondo (per esempio presenza di graniti).

D’altra parte questa è anche la procedura seguita e indicata da ARPAL. Anche se occorre rilevare che possono sussistere dei casi di anomalia con l’applicazione del decreto 100, che però non sono tali con l’applicazione (ritenuta accettabile) delle UNI.

Le procedure di misura ed eventuale intervento sono elaborate dall’Esperto Qualificato incaricato della sorveglianza radiometrica. L’incarico può essere dato dal soggetto che gestisce il flusso dei carichi, oppure dal soggetto che, per contratto, ha acquisito la gestione della sorveglianza (per esempio una ditta esterna indipendente).

Naturalmente chi gestisce la sorveglianza, di concerto con l’Esperto Qualificato, può delegare per le misurazioni personale tecnico sufficientemente preparato e adeguatamente informato, formato e addestrato a cura dell’Esperto Qualificato. Il personale opera alle dipendenze del soggetto in causa (non è detto che debba essere assunto nel significato letterale del termine) e sotto le direttive dell’Esperto Qualificato.

L’Esperto Qualificato ha il compito di controllare periodicamente la corretta applicazione delle procedure emanate, oltre che intervenire, con le tempistiche previste, per le necessarie valutazioni e gli eventuali provvedimenti da assumere in caso rilevazione di anomalia radiometrica.

– Secondo il decreto 100, le misure radiometriche vanno eseguite secondo norme di buona tecnica che siano disponibili. E’ acquisito che le norme di riferimento possano essere le UNI (UNI 10893/013). Queste norme si riferiscono però ai rottami. Da tenere presente al riguardo che la normale attività di controllo in Porto, almeno per quanto concerne gli attori che si vorrebbe togliere dalla scena, è riferita esclusivamente a carichi misti di merce varia e semilavorati. Non venivano e non vengono praticamente mai trattati carichi di rottami.

In ogni caso le UNI prevedono due tipi di procedura: quella puntuale e quella di scansione continua, dalla quale vengono mutuate e adattate, di solito, le procedure dell’Esperto Qualificato. Da rilevare al riguardo che la norma UNI stabilisce che ogni misura che superi del 50% il valore del fondo di riferimento (individuato con una determinata regola a 30 cm dal carico) è indicativa di anomalia radiometrica. Dal momento che tale fondo di riferimento è minore del fondo ambientale mediamente del 30% (con punte del 50%) per effetto delle schermature in essere verso l’ambiente (come lo stesso carico), è facile che una anomalia sia segnalata solo per misure a contatto del carico che superino del 5 o 10% il fondo ambientale. Cosa che non avviene se viene seguito il dettato del modulo Irme, dal momento che in questo caso l’anomalia esiste quanto viene superato semplicemente il livello del fondo ambientale reale del luogo.

A tale proposito e come sopra riportato, in genere un allarme è completamente ingiustificato, in quanto l’anomalia è “sempre” in pratica generata da materiale non soggetto al decreto 100, caricato insieme a materiale metallico (soggetto) o da materiale soggetto, ma con anomalia al di sotto della soglia di “non rilevanza radiologica”.

La strumentazione utilizzata deve essere conforme alla norma di buona tecnica e possedere quindi una adeguata sensibilità, con costanti di tempo molto basse. Sul mercato esiste oggi una vasta gamma di strumenti che consentono di operare efficacemente con tempistiche formidabili. Con questi strumenti, “perdere” una anomalia, anche lieve, è veramente difficile. Con l’esperienza e seguendo norme operative e direttive dell’EQ, si arriva a ”vedere” una situazione anomala anche in condizioni operative non ottimali.

Secondo il decreto 100, il riferimento è sempre il fondo naturale locale. Gli strumenti sono tarati con la frequenza dovuta in  rapporto all’utilizzo effettivo, ricorrendo anche, se del caso, a tarature a maggior frequenza per confronto con strumenti tarati nei termini suggeriti dalla buona tecnica. Occorre considerare al riguardo che, “lavorando” sulla differenza rispetto al fondo ambientale, se per assurdo uno strumento presentasse un errore di misura al di fuori delle normali tolleranze, i risultati, in un ampio range di valori, sarebbero comunque attendibili ai fini della determinazione di anomalie radiometriche.

La taratura riguarda i rilevatori di dose. Per la funzione spettrometrica, vale il principio dell’elaborazione dello spettro energetico dovuto ad eventuali radioisotopi presenti nel carico e al riconoscimento degli isotopi medesimi.

Il controllo del buon funzionamento dello strumento di misura, da fare prima e dopo il ciclo di misurazioni, si può effettuare con una sorgente adatta (per es, Cs137) oppure per confronto, oppure ancora con una sorgente naturale conosciuta.

Da considerare comunque che la misura è influenzata da molte variabili: condizioni del sito di misura, situazione meteo, tipologia di materiale, dislocazione del carico. Nei rottami è tipica la sorgente praticamente puntiforme, mentre per un normale container di semilavorati (generalmente insieme a merce varia) di solito il carico che determina una possibile anomalia (peraltro nella pratica, come si è visto prima, in genere “falsa”) risulta distribuito. E un carico distribuito, cioè non puntuale, comporta una anomalia più o meno estesa.

Inoltre bisogna considerare che, in un container di merci varie, i prodotti soggetti a controllo sono quelli pesanti, da collocare nella parte bassa del container, peraltro in genere caricato solo parzialmente per esigenze di movimentazione merce (uso di “muletti”). La merce leggera, non soggetta, si trova nella parte alta. Pertanto, alla luce della situazione sul campo e premesso che fanno comunque fede le disposizioni dell’Esperto Qualificato, appare chiaro che anche un eventuale errore di scansione (con riduzione delle tempistiche teoriche) non può inficiare i rilevamenti. Quanto riferito è facilmente dimostrabile dalla statistica sulle “anomalie” (anche se in genere false, cioè senza obblighi di notifica) segnalate finora.

Le tempistiche delle misure derivano dalla corretta applicazione delle procedure stabilite dall’Esperto Qualificato. Data l’elevata sensibilità della strumentazione disponibile e comunque anche seguendo nel dettaglio le procedure, i tempi si possono ottimizzare, considerando il raggio di azione della sonda o del rilevatore strumentale (per esempio le “strisce” di scansione interessate potranno essere di percorso minore di quelle geometriche teoriche in ragione di detto raggio; eventuali errori di traslazione possono essere compensati dalla distribuzione di un determinato carico “radioattivo”; per l’altezza effettiva da scansionare bisogna decurtare lo zoccolo e la parte superiore del container e così via).

La storia del quarto d’ora per i rilievi su un contenitore (anche se da 40 piedi) era stata messa in giro da taluni soggetti delle istituzioni che appaiono non neutrali nelle loro determinazioni. Perché infatti non hanno esteso le critiche sulle tempistiche agli addetti del settore (Misuratori e Esperti Qualificati con anni di esperienza) che, come tutti sanno, seguono procedure quantomeno analoghe e persino con tempi inferiori?

Con una lista di una cinquantina di container (numero realistico per alcuni giorni del mese, ma anche oltre), sia pure in unico Terminal, con i tempi sbandierati, quanto impiegherebbe un addetto ai controlli per completare il suo lavoro senza sconvolgere inutilmente l’iter commerciale?

Per avere la fotografia della situazione sarebbe sufficiente documentare da posizione indipendente l’operato dei vari addetti. E fare il quadro reale dei carichi sul piano merceologico. Come anzidetto, non si può parlare di rottami quando si tratta di semilavorati e merce varia. Un conto è lo scenario reale, un conto quello teorico.

Un fatto è certo: la statistica delle anomalie rilevate, che poi, come sopra richiamato, sono solitamente “false” in quanto riferibili a materiali non soggetti, ci informa che le procedure, nel nostro caso, risultano sempre applicate, se consideriamo che sono stati segnalati più di 120 casi fino a tutto il 2014.

E l’allarmismo da Codice Penale della concorrenza che ama mettere in scena (anche mediatica) di falsità che vanno dalla pericolosa anomalia alla “sorgente orfana” (che, come abbiamo visto, riguarderebbe semmai i rottami), dalle tempistiche incongrue alla inadeguatezza della strumentazione utilizzata, falsità purtroppo avallate da alcuni soggetti istituzionali, è il corollario di una farsa.

Appendice

Il fenomeno della radioattività è poco conosciuto nelle sue dimensioni reali, come sono poco conosciute le unità di misura che lo descrivono. Anche perché è facile per la gente confondere le vecchie unità con le nuove del Sistema Internazionale.

Da qui alla facile convinzione diffusa nell’opinione pubblica (ma anche in ambienti “colti”) secondo cui le radiazioni sono comunque pericolose, il passo è breve. Senza fare nessuno sforzo per un minimo di approfondimento di una materia di per sé complessa: le radiazioni sono a forte rischio e basta!

I media soffiano spesso sul fuoco, alimentando con l’ignoranza, l’irresponsabilità e gli interessi del giornalista un’attenzione sul tema completamente distorta e ingannevole.

Il modello lineare senza soglia (LNT – Linear No-Threshold model), che non ammette alcuna soglia minima di sicurezza nelle dosi assorbite, è stato assunto nel passato (dopo la seconda guerra mondiale) dagli Organismi internazionali di settore in termini pessimistici e cautelativi. Anche perché non esistevano in allora studi specifici sulle basse dosi, ma solo quelli sulle dosi acute derivanti dai noti episodi bellici (Hiroshima e Nagasaki).

Questa tesi ha incontrato negli anni feroci critiche da parte di varie comunità scientifiche, che hanno portato avanti studi epidemiologici anche su gruppi di popolazione esposti a diversi fondi di radioattività naturale. Questi studi evidenziano invece l’esistenza di una soglia di dose al di sotto della quale il rischio, probabilistico, relativo di insorgenza di mutazioni cellulari negative, è inesistente oppure troppo insignificante per essere valutato.

Alcuni di questi studi vanno addirittura oltre ipotizzando, sempre alle basse dosi, una risposta adattiva dell’organismo con conseguenti benefici a lungo termine, anche in relazione a esposizioni future (teoria ormesi, dal verbo greco ormao – stimolare).

Al di là, comunque, di queste considerazioni, dobbiamo renderci conto che la radioattività è in noi e intorno a noi. Il nostro corpo alberga degli isotopi radioattivi, è radioattivo il cibo, sono radioattive le nostre case. Nel corpo decadono ogni secondo migliaia di atomi di potassio (K40), contenuto nelle ossa e carbonio (C14) nelle cellule.

Come diceva Paracelso (XVI secolo) sul veleno (la dose fa il veleno) è la dose di radiazioni (in un determinato tempo) che crea o meno situazioni di rischio effettivo.

La natura ci offre molti alimenti che sono radioattivi: patate, fagiolini, noci, avocado. La noce del Brasile è particolarmente radioattiva e contiene anche radio, che non viene regolato omeostaticamente (come il potassio), ma tende ad accumularsi nelle ossa per la sua affinità con il calcio.

Si tratta tuttavia di “elementi radioattivi legittimi”. Come materiali vari di uso comune, dalle piastrelle in ceramica alla sabbia per gatti, dai mattoni per barbeque alla carta abrasiva.

Esiste poi il fenomeno della contaminazione di alimenti dovuto ad incidenti o test nucleari. E’recente la cronaca relativa a carni di cinghiali con un certo livello di cesio (Cs137), ancora presente nell’ambiente a seguito dell’incidente di Chernobil del 1986. E’ tuttora in atto un piano di ricerca di contaminanti radioattivi ultradecennale, il cui esito globale è però tranquillizzante. Per quanto concerne la carne dei selvatici, per esempio, un impatto dosimetrico significativo sull’individuo si avrebbe solo, nei casi peggiori di maggior contaminazione, con un consumo decisamente improbabile di oltre 10 – 15 kg all’anno pro-capite.

La ricerca è estesa a funghi, latticini, frutti di bosco, miele, olio, vino, patate, prodotti ittici.

Tornando agli alimenti radioattivi per loro natura, che contribuiscono per circa il 10% all’esposizione totale di una persona alla radioattività naturale, spiccano le banane, per il loro contenuto di potassio, in particolare K40. Si parla di BED (Banana Equivalent Dose) per indicare la dose equivalente assorbita mangiando una banana. Da considerare, come sopra accennato, che il potassio 40 non si accumula nell’organismo e la sua concentrazione viene regolata omeostaticamente.

E’ stato calcolato (RadSafe 1995) che la dose di radiazioni di una banana da 150 g è di circa 0,1 μSv. L’effetto sanitario, dal punto di vista radioattività, di una banana è trascurabile. Ma un grande carico di banane può dare origine a un irraggiamento che viene segnalato dalla strumentazione come anomalia radiometrica.

Ancora un attimo sull’ormesi. Si è constatato che una bassa dose incrementa la radioresistenza delle cellule a dosi maggiori (effetto ormetico o risposta adattativa). In altre parole, se l’organismo è esposto a basse dosi, sviluppa una resistenza a dosi più massicce. Esistono degli studi recenti sul fenomeno. A Taipei, negli anni 80, si era verificata una esposizione accidentale gamma da cobalto (Co60) per fusione di una sorgente nell’acciaio di immobili, tra cui una scuola. L’esposizione era stata stimata in circa 4.000 Sv/persona (Chen W.L. e coll. 2004).

Le risultanze mediche hanno dimostrato un effetto positivo dell’ormesi, a seguito di esposizione cronica a basse dosi di radiazioni. Infatti tali risultanze sono state praticamente sovrapponibili alla popolazione non esposta. Pertanto gli autori hanno richiesto una revisione dell’ipotesi lineare senza soglia (LNT). Secondo APAT – Agenzia per la Protezione dell’Ambiente e per i servizi Tecnici- “ (ora ISPRA) la spiegazione ormotica ha la sua dignità di collocazione” (2006).

Nota: L’unità di misura Sv (Sievert) riguarda in particolare la “dose efficace”, in cui l’energia assorbita da un tessuto o organo viene combinata con dei fattori che tengono conto della pericolosità del tipo di radiazione e della sensibilità del singolo organo o tessuto. Nella pratica corrente viene spesso usato il μSv (ma anche il nSv, che equivale a un miliardesimo di Sv).

– Radio: Ra226, prodotto dal decadimento di U238, è presente in natura e ha una  emivita di oltre 1.600 anni; decade in radon. E’ emettitore α, β, γ; se mescolato con berillio, si ha anche emissione di neutroni.

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