Articoli


Radiografie: valutazione del rischio

in Articoli, Benessere e piaceri

Clicca per ingrandire

E’ ormai appurato che il ricorso alla diagnostica per immagini ha assunto negli ultimi anni una frequenza esagerata. Si tratta di tendenze ipocondriche diffuse nella popolazione, che chiede di sottoporsi ad esami medici anche quando non sarebbero strettamente necessari, ma si tratta anche di medicina “difensiva” del medico. Che si vuole sempre tutelare da eventuali azioni di richiesta danni. E’ spropositato il numero di risonanze magnetiche richieste, anche per patologie che potrebbero essere indagate in modo diverso e minori oneri. È spropositato il numero di radiografie convenzionali e di TAC. Per cui la dose di radiazioni alla popolazione ha avuto un incremento esponenziale. Con il risultato di aumentare il rischio, sia pure solo probabilistico, di dare origine a mutazioni di tipo cancerogeno, anche a distanza di anni. Si parla di effetti stocastici (probabilistici). Secondo questo principio, universalmente accettato, non vi è una soglia minima di assoluta assenza di rischio, anche se è stato introdotto il concetto della “non rilevanza radiologica”, ad un valore di dose estremamente basso rispetto alla dose annuale da radiazioni naturali (10 μSv/anno).

E il rischio aumenta con l’aumentare della dose.

Il processo di ionizzazione delle radiazioni porta ad alterazioni di atomi e molecole, almeno in via transitoria, e può in tal modo produrre un danno alle cellule. Se un danno cellulare si verifica, e non è adeguatamente riparato, esso può impedire alla cellula di sopravvivere e di riprodursi. Oppure può dar luogo ad una cellula modificata ma capace di riprodursi. Queste due conseguenze hanno implicazioni profondamente diverse per l’organismo.

Molti organi e tessuti del corpo non vengono danneggiati dalla perdita di un piccolo numero di cellule, o anche di numerose cellule. Tuttavia, se tale numero diventa abbastanza grande, si può osservare un danno, sotto forma di una perdita di funzione del tessuto interessato. La probabilità di un tale danno sarà praticamente nullo a piccole dosi, ma al di sopra di un certo livello di dose aumenterà rapidamente, cosi pure la gravità clinica del danno aumenterà anch’essa in funzione della dose.

Il risultato cambia di molto se la cellula irradiata viene modificata, invece che inattivata.

Sebbene esistano meccanismi di difesa molto efficaci, il clone di cellule che nasceranno dalla riproduzione di una cellula somatica modificata, ma capace di dividersi potrà dare origine, dopo un tempo variabile detto periodo di latenza, alla manifestazione di una condizione maligna di tipo neoplastico.

La probabilità che la radiazione generi un tumore aumenta di solito con l’aumentare della dose, probabilmente senza una soglia, in maniera approssimativamente proporzionale alla dose, per lo meno per valori di dose al di sotto delle soglie per gli effetti deterministici. La soglia, da rapportare al tempo in cui è assunta una certa dose, è diversa da persona a persona ed è nettamente superiore e non paragonabile con i valori di basse dosi con cui ci confrontiamo ogni giorno (dosi naturali; dosi per esami medici, ecc.).

La gravità clinica dei tumori non è in rapporto con la dose.

L’effetto alle basse dosi viene denominato “ stocastico” a significare che esso è di “natura statistica e casuale”.

Qualora il danno da radiazioni si produca in una cellula germinale (mutazioni ed aberrazioni cromosomiche), capace di trasmettere informazioni genetiche alle generazioni successive, gli effetti che ne risultano, che possono essere di tipo e gravità diversi, vengono espressi nella progenie dell’individuo irradiato.

Le conseguenze vanno da quelle poco visibili e trascurabili, alle malformazioni gravi con perdita di funzioni, fino alla morte prematura. Si ritiene che anche i danni non letali nelle cellule germinali dell’uomo possano essere a loro volta trasmessi alle generazioni successive.

Questi tipi di effetto stocastico vengono chiamati “ereditari”.

Modificazioni molecolari possono anche originarsi attraverso l’eccitazione di atomi e molecole, quando l’energia di eccitazione superi l’energia di legame tra gli atomi.

Circa una metà dell’energia depositata nei tessuti dalle radiazioni ionizzanti è dovuta all’eccitazione, ma quest’ultima ha una importanza minore rispetto alla ionizzazione e non viene considerata separatamente.

Per quanto concerne gli esami medici, la dose al paziente varia notevolmente con il tipo di esame.

Di solito, per avere un’idea della dose al paziente, si fa il confronto con la tipica radiografia del torace in proiezione antero posteriore (dose di 0,02 mSv). Una TAC del torace equivale a quasi 400 radiografie normali. Una TAC coronarica vale circa 600 radiografie. Si può dire che la dose assorbita per una TAC va da 1 a circa 10 mSv (ordine di grandezza). La dose per lo studio del cranio è di circa 1,5 – 2 mSv. Il rischio individuale è bassissimo. Facendo riferimento ai grandi numeri è stato però calcolato che circa il 2% di tutti i tumori negli USA può essere ricondotta ad un uso massiccio di TAC.

Un volo di andata e ritorno dall’Europa all’America equivale a 5 radiografie al torace. Che può arrivare alle 100 nel caso di eventi cosmici, come le esplosioni solari.

Un esame radiografico dentale comporta una dose efficace fino a 8; una panoramica sino a 30 μSv (ossia 0,03 mSv). Un esame CBCT (TAC dentale) da una dose sino a circa 1 mSv.

Non si vuole significare che le TAC non vanno fatte. Si vuole solo dire che ogni volta il medico specialista, possibilmente insieme al paziente, dovrebbe fare una attenta valutazione del rapporto costi/benefici. Un esempio comune è quello del Pronto Soccorso, specie laddove siano coinvolte delle giovani vite (i bambini sono maggiormente sensibili alle radiazioni).

La tecnologia comunque corre. Con l’introduzione di nuovi algoritmi anche la dose per TAC si sta riducendo drasticamente, anche di oltre il 50% rispetto alla TAC classica.

Se le molecole alterate sono situate in una cellula vivente, la cellula stessa può risultare a volte danneggiata, sia direttamente, quando la molecola interessata ha un’importanza critica per le funzioni della cellula, sia indirettamente, attraverso fenomeni chimici su molecole adiacenti.

Tra le diverse forme di danno che la radiazione può produrre in una cellula, la più importante è quella che riguarda il DNA.

Il danno al DNA può impedire la sopravvivenza o la riproduzione della cellula, ma spesso il danno viene riparato dalla cellula stessa. Se tale riparazione non è perfetta, può dar luogo ad una cellula vitale, ma modificata. La presenza e la proliferazione di una cellula modificata può anche essere influenzata da altri fenomeni cellulari che si verificano prima o dopo l’esposizione alle radiazioni.

Tali fenomeni sono molto comuni e possono includere l’esposizione ad altre sostanze cancerogene o mutagene. Quando un numero sufficiente di cellule in un organo o tessuto viene inattivato o non è più in grado di riprodursi e funzionare normalmente, vi è una perdita di funzione dell’organo.

La perdita  di funzione diviene più grave, a mano a mano che il numero di cellule inattivate aumenta. Una cellula somatica modificata può conservare ancora la sua capacità di riprodursi e può generare un clone di cellule modificate che evolverà alla fine in un tumore.

Vi sono anche fenomeni molto complessi che hanno luogo durante lo sviluppo del prodotto del concepimento allo stadio di embrione o di feto e dipendono dal momento dell’esposizione, in rapporto alla fertilizzazione.

Quando il numero di cellule nell’embrione  è piccolo ed esse non si sono ancora differenziate, il danno a queste cellule si manifesta con ogni probabilità come incapacità di impiantarsi nella parete uterina o come morte dell’embrione, un evento che passa inosservato.

L’esposizione di un embrione durante le prime tre settimane dalla fecondazione non dà luogo probabilmente ad effetti stocastici del bambino nato vivo, nonostante che già alla terza settimana il sistema nervoso centrale ed il cuore comincino a differenziarsi.

Durante il restante periodo dell’organogenesi principale, che inizia convenzionalmente alla fine della terza settimana, la radiazione può produrre delle malformazioni negli organi che si vanno sviluppando al momento dell’esposizione.

Durante il periodo che va da tre settimane dopo la fertilizzazione e fino alla fine della gravidanza, pare probabile che l’esposizione alla radiazione possa dare effetti stocastici che si esprimono come un aumento della probabilità di tumori alla nascita.

In definitiva si ipotizza che non vi sia un limite di sicurezza per le radiazioni ionizzanti assorbite e che, anche alle basse dosi (radiazioni naturali, esami medici), vi possano essere degli effetti di tipo probabilistico che, sia pure molto rari, possano indurre principalmente fenomeni tumorali.

Ecco la dose media annuale stimata da radiazioni naturali nella popolazione:

Radiazione cosmica                                  0,3-1,3 mSv (a seconda dell’altitudine)

Radiazione terrestre                                  0,3-1,15 mSv (a seconda della zona)

Isotopi radioattivi interni                          0,25 mSv

Totale                                                circa 2 mSv – valore medio

Seleziona il Social Network in cui vuoi condividere la pagina:

Grazie per il tuo apprezzamento :)

La tua valutazione ci permette di fornire informazioni sempre più approfondite.