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Il mondo del lavoro è oggi imperniato, in vaste aree settoriali, principalmente sulla valutazione dei comportamenti del lavoratore. Quante ore sta sul luogo di lavoro? Quando entra e quando esce dall’azienda? Soppesa i minuti oppure resta in ditta oltre l’orario richiesto? E così via. E’ la cultura del cartellino, propria della rivoluzione industriale, ma che ormai non è più applicabile a molti settori lavorativi.

L’operaio della catena di montaggio o l’operatore sanitario sono legati a tempi e luoghi. Ma l’impiegato che studia l’organizzazione del lavoro o il manager che analizza il mercato e studia l’ottimizzazione produttiva non hanno vincoli. Anzi, se hanno la possibilità di gestire il loro tempo in maniera discrezionale, sicuramente saranno portati ad un maggiore impegno per migliori risultati.

In grandi complessi internazionali lo smart work (letteralmente “lavoro agile”) è già una realtà ed i risultati ci sono, con vantaggi cospicui sia per il dipendente (in termini di libertà personale, minori perdite di tempo, magari nel traffico infernale delle ore di punta, minore stress da lavoro), sia per l’azienda, con riduzione degli spazi e dei costi e maggiore efficienza.

E’ però necessario un cambio epocale di mentalità: non deve più esistere lo stereotipo del lavoro in unico luogo, durante un tempo prefissato, con una organizzazione rigida. Questa figura va limitata a quei campi in cui la persona deve effettivamente essere presente in loco (l’infermiere, il commesso, l’operaio di cantiere, ecc.). Per contro in moltissimi casi il lavoratore non ha più compiti seriali, ma è incaricato della gestione di problemi più complessi, da legare ai risultati raggiunti più che ai comportamenti. Con lo smart work la persona affidabile sarà portata a tirare fuori iniziativa e intelligenza. Perché l’individuo non è una macchina e sviluppa il meglio di se stesso se viene lasciato libero di agire per risultati attesi, più che per le modalità di conseguimento. Queste sono lasciate alla discrezionalità del singolo.

Per molti, quindi, non più farsi vedere in ditta sino a tardi senza azioni lavorative apprezzabili, ma solo per questioni di carriera. A scapito del tempo libero e del buon vivere. Non più deprimenti cartellini da timbrare e assurdi open space. Risparmi consistenti per il singolo, riduzione dell’inquinamento sono altri fattori positivi. Ma nel nostro paese c’è il freno dei modelli di lavoro propri delle aziende piccole, che sono il vero tessuto produttivo. Con modelli organizzativi troppo tradizionali.

Lo smartwork, regolamentato per legge, potrebbe essere anche un’occasione per distribuire meglio il lavoro, su orari ridotti, a quei giovani e meno giovani che hanno un titolo di studio, ma che non riescono a trovare un lavoro tradizionale appropriato. Un’attività a tempo indeterminato, anche se a orario molto ridotto (si potrebbe parlare anche di sole 10 ore settimanali), può dare ad una persona quel minimo di reddito e di autostima necessari per affrontare l’esistenza. E persino l’entusiasmo per cercare e trovare altre vie complementari, che valorizzano talento, motivazioni, responsabilità e innovazione. Verso un vero equilibrio tra lavoro e vita privata.

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