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Tecnologia e lavoro

in Articoli, Sicurezza e salute sul lavoro

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Con le nuove tecnologie e la globalizzazione del mondo, stiamo vivendo da vari anni un cambiamento epocale del lavoro. Politici, economisti e media non fanno altro che parlare di crescita. Sembra che nessuno (o quasi) si accorga di due fattori base: 1) una crescita a carattere biblico e perenne è impossibile; 2) lavorare tutti a tempo pieno in un clima di superconcorrenza, con l’impetuosa evoluzione tecnica, informatica e robotica è altrettanto impossibile.

Nel lungo periodo tutto questo sarà devastante, se non abbiamo il coraggio (subito) di cambiamenti nuovi e drastici, nella formazione, ma anche nella distribuzione del lavoro: meno lavoro, meno guadagni, ma con il coinvolgimento di tutti e quindi con il mantenimento della stessa “domanda aggregata” (domanda di beni e servizi complessiva).

L’automatizzazione avanza in ogni settore, da quello industriale a quello terziario. Il che significa sostituzione dell’uomo con la macchina. Che sarà pure un ottimo parametro per la sicurezza ed il benessere virtuale (tempo libero), ma non può che acuire il problema della disoccupazione.

Continuare poi a disquisire su settori dell’economia da far crescere (tipo green economy), è fuorviante, perché è soprattutto il mercato che indirizza l’imprenditoria, anche se una politica statale incentivante può essere d’aiuto.

Keynes ipotizzava la possibilità, nel futuro, di lavorare sempre meno (per esempio 20 o addirittura 10 ore alla settimana), naturalmente nel campo dei lavori comuni. A tutti i livelli, anche professionali, ma solo comuni. Perché ovviamente un’attività creativa di tipo artistico, per esempio, oppure sportiva o comunque interessante e piacevole, non può e non deve avere limiti di orario.

E purtroppo sappiamo come la stragrande maggioranza degli individui (almeno l’80%) non sia pienamente soddisfatta del proprio lavoro.

Iniziative di riduzione significativa dell’orario (anche se legata a stipendi minori) dovrebbero arrivare dallo Stato e dai grandi gruppi. Solo in questa direzione potremo avere la possibilità di dare un lavoro qualificato a tutti, anche se rapportato alle capacità del singolo.

A meno che non si preferisca seguire strade oggi inconcepibili per far lavorare tutti (guerre)!

La tecnologia labor saving (sostitutiva della mano d’opera) sta coinvolgendo anche il settore servizi, per cui appare fortemente improbabile l’avvento di un nuovo settore con potenzialità eccelse di assorbimento di mano d’opera.

Alcuni pensano al cosiddetto settore della “conoscenza” (scienza, management, consulenza, media, spettacolo, ecc.). Ma è impensabile che questo settore assorba tutti, se non altro per un motivo molto semplice: in questi ambiti bisogna eccellere e pochi lo possono fare.

Anche le varie riqualificazioni del personale che perde il posto, all’atto pratico, non possono essere in grado di risolvere il problema in senso generale.

Non si può nemmeno dire: adottiamo delle soluzioni che ci permettano di superare i problemi nel lungo periodo, perché “nel lungo periodo saremo tutti morti” (Keynes).

Il sistema economico globalizzato crea difficoltà notevoli di occupazione nei paesi avanzati, in cui i livelli di vita e di benessere raggiunti sono in genere più che accettabili. Il giovane, di fronte alla crisi del mercato lavoro, spesso non sa come districarsi e deve ripiegare, quando va bene, su rapporti di lavoro precari e insoddisfacenti.

Lo Stato può indubbiamente farsi sentire, intervenendo con un rilancio della domanda (avvio di grandi opere, incentivi ai più deboli, ecc.), ma non può risolvere i problemi su larga scala se non stabilisce degli orientamenti della società innovativi e di grande impatto. Anche se dobbiamo fare i conti con la Costituzione, che stabilisce un principio sacro: l’irretroattività di una norma (tempus regit actum). Stiamo parlando dei diritti acquisiti.

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